Smart cities e smart working alzano la qualità della vita?

Lo smart working, se supportato dallo sviluppo delle smart cities, può offrire soluzioni professionali in grado di migliorare la qualità della vita.
I
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Smart cities e remote working

Il lavoro da remoto può accelerare la transizione ecologica, ma le smart cities devono assecondare il cambiamento per poter crescere

Come ormai è noto, fra i principali effetti a lungo termine della pandemia troviamo la permanenza dei benefici dello smart working e le risposte date dalle smart cities a questa novità. Si tratta di una situazione che rappresenta un cambiamento ricco di opportunità, supportato da efficaci innovazioni tecnologiche in grado di sviluppare a pieno le potenzialità del lavoro da remoto. 

Le modalità di lavoro ibrido sono le più gettonate

In questo scenario non vanno sottovalutate le problematiche introdotte dal distanziamento e l’importanza degli incontri e dei legami umani per la creazione di ambienti  professionali sani e produttivi. Ciò è dimostrato dai risultati di un’analisi Slack: ben il 72% di 9.000 intervistati provenienti da sei paesi differenti hanno dichiarato di preferire modalità di lavoro ibride in grado di integrare il lavoro da remoto con giornate in ufficio, mentre solo il 13% lavorerebbe sempre da casa se ne avesse la possibilità. Questa situazione conferma non solo l’importanza degli incontri di persona in molte fasi del workflow, ma anche il fatto che molte persone non avrebbero problemi a dedicare del tempo per raggiungere saltuariamente il luogo di lavoro e quindi a rinunciare parzialmente alla libertà data dallo smart working.

Solo il 3% degli intervistati da Slack non hanno riportato benefici lavorando da casa: nella maggior parte dei casi il remote working permette di abbassare i livelli di stress. Ciò è fortemente legato alla riduzione degli spostamenti, al corrispettivo aumento del tempo libero a disposizione e al relativo miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, abbiamo visto che i risultati dell’analisi mostrano che le modalità di lavoro ibrido sono le preferite dagli intervistati. Ciò è in parte dovuto al fatto che chi era abituato ad avere una socialità profondamente connessa al proprio ufficio ha dovuto affrontare il senso di solitudine e le implicazioni psicologiche legate al cambiamento delle abitudini lavorative. Inoltre, per molti può essere difficile avere uno spazio in casa dove potersi concentrare, soprattutto per i chi ha figli, così come non è scontata la disponibilità di una connessione internet veloce. Non solo, per le aziende diventa più complicato mantenere l’engagement dei dipendenti, e per i manager supportare la coesione dei team e la formazione delle risorse. 

Le smart cities possono sviluppare le potenzialità dello smart working

Quando si pensa all’impatto della pandemia sull’urbanistica il primo pensiero va ai cambiamento delle aree dove si concentrano gli uffici. Qui la riduzione dell’affluenza dei lavoratori ha avuto un impatto sulle attività correlate, come i bar e i ristoranti, oltre a un disintensificarsi della rete dei trasporti pubblici nei casi più estremi. Si tratta in realtà di un’opportunità per le istituzioni delle smart cities, che hanno la possibilità di supportare la diffusione di abitudini più sostenibili attraverso la gestione efficiente dei servizi pubblici, la riqualificazione di aree inutilizzate e la predisposizione di strutture dove le persone possano recarsi spontaneamente a lavorare per migliorare la propria work experience e, di riflesso, alzare la qualità della propria vita.

Tuttavia, questo cambiamento di paradigma può rappresentare un’occasione importante per le città di medie dimensioni che negli anni hanno visto un rallentamento della propria crescita demografica a causa dello spostamento dei giovani verso i grandi centri urbani. La città di Tulsa, negli Stati Uniti, rappresenta un’ottimo esempio di come ciò può realizzarsi: qui è stato avviato il programma Tulsa Remote, tramite il quale vengono offerti 10.000€ agli smart worker che scelgono di trasferirsi, oltre alla possibilità di usufruire gratuitamente per un anno di spazi di coworking e al supporto per trovare casa e per ambientarsi nella comunità cittadina. Il risultato è impressionante: un rapporto dell’Economic Innovation Group stima un ritorno di quasi 14 dollari per ogni dollaro speso nel programma e quattro partecipanti su dieci pensano di iniziare una nuova attività imprenditoriale nell’area.

Lo smart working restituisce la possibilità di far coesistere vita privata e vita lavorativa

L’iniziativa messa in atto a Tulsa è risultata senza dubbio vincente: il 90% dei partecipanti ha scelto di restare anche dopo la fine del programma. Chi ha modificato la propria vità accettando l’introduzione del lavoro da remoto è stato supportato nella ricostituzione della propria rete sociale dopo la pandemia e nella ridefinizione delle proprie abitudini. Inoltre, chi si è trasferito da una grande metropoli ha trovato soluzioni più sostenibili e  meno costose per le proprie necessità quotidiane, ma comunque gratificanti dal punto di vista sociale e culturale.

Tutto ciò preannuncia la possibilità di un ribaltamento del paradigma dell’inurbamento, secondo cui i giovani si trasferiscono nelle grandi città in modo non sempre spontaneo. Infatti, è tutt’oggi normale che la necessità di trovare un’occupazione porti all’accettazione di ritmi stressanti e dei costi elevati che portano all’abbassamento della qualità della propria vita personale. Tuttavia, perché programmi di urbanizzazione come quello avviato a Tulsa possano funzionare, è necessario che le smart cities supportino realmente lo smart working, e che siano in grado di trattenere chi sceglie di trasferirsi. È importante che sia offerto aiuto alle famiglie, supporto alle attività culturali e giovanil e che siano create occasioni di socializzazione, così che queste località possano presentarsi come alternative valide ai grandi centri urbani.

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