Chi è il Chief Happiness Officer e perché è importante

Da qualche tempo nelle aziende italiane è comparso il Chief Happiness Officer. Ma perché abbiamo bisogno di qualcuno che si occupi della felicità dei dipendenti?
I
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Chi è il CHO?

Da qualche tempo in Italia è comparso un nuovo job title, sempre più presente nelle organizzazioni: “Chief Happiness Officer”.
Un nome che genera sicuramente curiosità, a partire da quel “happiness”, un sostantivo mai sentito prima in un titolo lavorativo.
Scopriamo insieme chi è questa figura che si occupa della felicità dei propri collaboratori e cosa fa in concreto.

Un po’ di contesto

Il Chief Happiness Officer in Inghilterra e in America esiste da anni, mentre in Italia è una figura meno conosciuta.
In realtà, approfondendo, nel nostro Paese è presente una cultura sul tema. Basti pensare che esiste un’associazione che riconosce e certifica i Chief Happiness Officer italiani.
L’evoluzione verso una maggior attenzione al benessere dei propri collaboratori è infatti innegabile e sicuramente le nuove modalità di lavoro degli ultimi due anni hanno accelerato un percorso che sarebbe durato probabilmente più tempo.

A voler essere precisi, la soddisfazione e la felicità dei propri dipendenti sono state prese in considerazione anche in passato dagli imprenditori più innovativi.
Già negli anni del dopoguerra Adriano Olivetti è stato in un certo senso precursore  dell’happiness management. Egli è rinomato per aver collaborato con psicologi, filosofi, architetti e artisti per creare un ambiente e una cultura che fosse il più possibile stimolante per i suoi lavoratori.
Una delle conseguenze di questo fu l'eccezionale crescita produttiva della sua azienda, come ricorda Bruno Lamborghini, dirigente Dirigente Olivetti dal 1965:

“La motivazione personale dei dipendenti portò risultati in termini di produttività che non avevano eguali nel mondo industriale italiano ed europeo.”

La figura del CHO

Ma cosa intendiamo quando parliamo di CHO ai giorni nostri e quali benefici comporta la sua presenza in azienda?
​​Raffaella Tomassetti, Chief Happiness Officer di Spencer & Lewis, in un’intervista descrive così la sua figura professionale:

“Il Chief Happiness Officer è una figura certificata ormai da qualche anno per la felicità sul posto di lavoro, felicità intesa come competenza e non come pensiero utopico a cui tendere all’infinito.
La cultura del Chief Happiness Officer si basa sulle organizzazioni positive: le pratiche, gli effetti e i comportamenti che poi portano a dei risultati positivi di produttività.
Quindi, la felicità al lavoro è una strategia organizzativa vincente, fondamentalmente. Questo tipo di mentalità e di ricerca di benessere sul posto di lavoro è una prospettiva su cui molte aziende dovrebbero iniziare a mettere il focus, specialmente dopo la pandemia.”

Un professionista dunque che si occupa del benessere dei dipendenti a tutto tondo e che lavora anche sulla cultura aziendale. Perché una cultura all’insegna della positività è anche più produttiva.

Infatti, i dati dimostrano che se le persone che lavorano in azienda sono felici e tranquille si registra un incremento della produttività molto alto nel tempo (+31%). Queste organizzazioni hanno il 300% in più di capacità di innovare, il 37% in più di aumento delle vendite, e il 44% in più di retention (Fonte Alma Laboris Business School).

Le aree di intervento del CHO

In particolare un CHO certificato lavora su 4  dimensioni del “sistema” organizzazione:  

1. Cultural transformation

Il CHO orienta l’organizzazione verso una mission capace di generare un impatto sociale, ecologico e di promozione del bene comune.

2. Corporate Happiness

Il CHO fa della felicità una strategia organizzativa coerente.

3. Positive leadership

Il CHO lavora e forma su modelli di leadership positivi.

4. Positive organization

Il CHO opera nel concreto perchè l’organizzazione sia un luogo di benessere e positività per tutti coloro che ne fanno parte

I CHO utilizzano diverse strategie per raggiungere i loro obiettivi di “felicità aziendale”: bonus, economici e non economici, eventi, corsi di formazione, attività culturali.
Ad esempio, istituiscono delle giornate di meditazione per decomprimere eventuali situazioni di stress o pressione. Oppure organizzano dei momenti di team building, per aumentare la collaborazione e con l’obiettivo di creare una cultura condivisa.

Raffaella Tommasetti spiega di aver utilizzato delle survey per monitorare il mood all’interno dell’organizzazione. Ha potuto così individuare i processi organizzativi su cui operare. Nel caso specifico, nella sua azienda è emersa la necessità di una maggior formazione, soprattutto sotto il punto di vista delle soft skills. Ad ogni azione messa in atto segue un accurato monitoraggio del gradimento complessivo e dell’efficacia.

Anche l’Università di Padova ha puntato su una figura simile. È stata introdotta da Etifor, spin-off dell’ateneo che si occupa di valorizzazione del patrimonio naturale. La figura in questo caso si chiama “Good Vibe Manager” ed è ricoperta al momento da Riccardo Da Re, 

 “Mi occupo di migliorare motivazione, umore e qualità della vita professionale dei dipendenti” dichiara Da Re.

Nel concreto, tra le iniziative introdotte da Da Re ci sono i Brain Days, due giorni di full immersion in una foresta dove tutti si incontrano e partecipano alla discussione sulla conduzione dell’azienda.
La  figura è stata introdotta in piena pandemia e ha registrato un aumento dell'efficienza aziendale del 7,5%. 

Un segnale evidente dell’importanza di questa mansione che auspichiamo, da figura manageriale appannaggio delle realtà più innovative, possa arrivare a diventare un riferimento presente per prassi in tutte le organizzazioni. 

Infatti, come afferma Anna Piacentini CHO di People 3.0:

 “La nuova frontiera da conquistare per le imprese italiane che vogliono crescere ed innovarsi percorrendo obiettivi strategici etici ed evoluti è la felicità nei luoghi di lavoro”.

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