3 segnali per riconoscere un micromanager

Mancanza di fiducia negli altri e nelle loro competenze, egocentrismo e comportamenti tossici: questo è l’identikit del micromanager per eccellenza.
I
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Come riconoscere i micromanager

A più di dieci anni dalla sua morte, Steve Jobs rimane uno degli imprenditori più conosciuti e apprezzati al mondo. Eppure, nonostante molti articoli, libri e film raccontino nei dettagli la sua carriera di successo, pochi sanno che il Jobs di un tempo non sarebbe mai diventato quel visionario pazzo e affamato che ha rivoluzionato il settore della tecnologia se la sua stessa azienda un giorno non avesse deciso di licenziarlo.

Siamo nel 1985 e il lancio dell’ultimo personal computer della Apple è stato una delusione: dopo una discussione con il consiglio d’amministrazione, Jobs decide di andarsene. Nello stesso anno fonda un’altra azienda di nome NeXT con l’idea di realizzare il miglior personal computer della storia, ma le cose non vanno come da copione. Non solo il prodotto ha un costo esagerato, ma anche lo stile di management di Jobs è un disastro: secondo Randall Stross, giornalista del New York Times, tra il 1992 e il 1993 sette vice presidenti vengono licenziati o decidono di andarsene da NeXT. Jobs è incapace di delegare: segue ossessivamente ogni aspetto del prodotto e dell’organizzazione dell’azienda, incluso l’arredamento degli uffici. 

Dodici anni dopo, Apple decide di comprare il sistema operativo di NeXT e di assumere Jobs come consulente. In poco tempo Jobs torna a essere amministratore delegato dell’azienda, lasciandosi fortunatamente il suo passato da micromanager alle spalle.

Come riconoscere un micromanager

Per definizione, un micromanager è una persona che controlla costantemente ogni dettaglio del lavoro dei propri collaboratori. Spesso chi assume questo comportamento non lo fa per cattiveria o risentimento: molti micromanager, infatti, vorrebbero il meglio per le persone con cui lavorano, ma non riescono ad abbandonare questo stile di management che invece mette costantemente a repentaglio le relazioni professionali con i colleghi. Ecco quindi una lista delle peggiori abitudini dei micomanager per imparare a riconoscerli a prima vista:

1. La fiducia non è il suo forte 

La ragione per cui ogni micromanager controlla ossessivamente i progetti dei propri collaboratori è la profonda mancanza di fiducia che, in modo più o meno evidente, nutre nei confronti delle altre persone e delle loro competenze. È per questo che i micromanager faticano a delegare e che, quando lo fanno, tendono a non essere soddisfatti del risultato. Non è raro, infatti, che un micromanager scelga di rifare dall’inizio il lavoro che aveva deciso di assegnare ai collaboratori. 

Ovviamente la mancanza di fiducia ha un impatto fortissimo sui dipendenti, che spesso reagiscono sommergendo il manager di domande nella vana speranza di trovare informazioni utili per portare a termine il progetto correttamente e avere la sua approvazione. Inutile dire che il feedback positivo è spesso un lontano miraggio: l’unica certezza solo i mille rallentamenti che ogni piccola mansione subisce per colpa della mancata autonomia dei dipendenti.

2. Ama le discussioni (e soprattutto avere l’ultima parola)

Uno dei modi migliori per capire se si è davanti a un caso di micromanagement è capire se i dipendenti sono liberi di esprimere le proprie idee in un ambiente rilassato e rispettoso. C’è spazio per il dibattito o ogni discussione diventa una piccola tragedia? Il manager vuole sempre avere l’ultima parola su tutto? Nessuno sembra mai essere bravo abbastanza? Se la risposta è sì, allora la diagnosi di micromanagement è assicurata. 

3. Lavorarci insieme è estenuante 

Non è stanchezza, è qualcosa di più: è ciò che si prova quando le proprie capacità vengono sistematicamente messe in discussione e il proprio lavoro costantemente criticato. È frustrazione, rabbia, impotenza. Non a caso il micromanagement è spesso citato come esempio di comportamento tossico da chi soffre di burnout. L’unica soluzione per ritrovare la propria salute mentale in questi casi è affrontare il problema. 

Come reagire al micromanagement?

Il micromanagement è una mentalità, e in quanto tale può essere modificata. Lo dimostra l’esempio di Steve Jobs, a cui è attribuita la frase che farebbe rabbrividire qualsiasi maniaco del controllo: “Non ha senso assumere persone intelligenti e poi dire loro cosa fare. Noi assumiamo persone intelligenti in modo che possano dirci cosa fare”. Ma come far capire al tuo micromanager che anche lui ha del potenziale per diventare un ottimo manager? Ecco qualche consiglio utile:

1. Stabilisci i tuoi limiti 

Fare una riunione settimanale in cui fare il punto sui progetti su cui si sta lavorando è molto più funzionale di sentirsi ogni giorno semplicemente per «vedere come va». Anche alcune piattaforme di gestione del tempo e delle mansioni come Asana e Trello possono essere utili per monitorare il flusso di lavoro senza asfissiare i collaboratori. Motiva le tue proposte in maniera assertiva, facendo presente quali sono i tuoi limiti: «se ricevo troppe notifiche o messaggi non riesco a concentrarmi» oppure «credo che una sola riunione a settimana mi aiuterebbe a essere più organizzata».

2. Gioca a carte scoperte

Se le tue proposte non vengono ascoltate, la soluzione migliore è affrontare apertamente il problema per capire se anche il tuo manager è consapevole delle sue azioni. Trova un momento tranquillo e spiega in che modo ti fa sentire il suo comportamento a partire da episodi che ti hanno colpito particolarmente.

3. Cerca alternative

Alcune persone semplicemente non hanno l’intelligenza emotiva che serve per riconoscere di aver sbagliato e di voler cambiare in meglio. In questi casi la cosa migliore che puoi fare è smettere di aspettare che la situazione migliori e iniziare subito a cercare un nuovo lavoro. Non avere paura: è tempo di grandi dimissioni in tutto il mondo, sei in buona compagnia!


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